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La festa di San Giuseppe falegname, segnata in rosso sul calendario almanaccante, il primo di maggio, fu, credo, inventata negli anni ‘50 dalla Chiesa Cattolica: Patrono dei lavoratori. Tra le mansioni del Padre putativo, portatore di onesti gigli di pudicizia, carpentiere girovago, mulattiere esule, prodigo dispensatore di tenerezze presepiali, questo, del falegname, era il mestiere più accreditato dai candori letterari del Catechismo e, dunque, la trovata fu geniale. Tuttavia, a me, giovinetto, parve, ma non osai esibire pubblicamente la sommessa malignità, un modo un poco opportunista per competere con la Festa del Lavoro che socialisti, comunisti, sindacati, leghe e cooperative rispettavano con grinta e decisione approfittando per esibire furori oratori e banchetti generosi, disseminare di cortei rosseggianti città e campagne, esaltare i valori laici della operosità proletaria e della fatica degli umili. E poi, solo dopo, si cantava, si suonava, si ballava e si amava.

Se la Chiesa, pensavo, non si accontenta delle innumerevoli feste liturgiche e patronali, ma sgomita anche nel territorio laico e non confessionale, esprime un segno di debolezza. E lasciamola ai cittadini e al libero pensiero, borbottavo, questa Festa del Lavoro! Senza mettere il naso in territori di non diretta pertinenza. È vero che sta scritto che avremmo guadagnato il pane col sudore della fronte e, presumo, anche San Giuseppe falegname deve aver sudato sette sante camicie per combinare pranzo e cena per sé e la sacra Famiglia, ma reputavo opportuno dare a Dio quel che era di Dio e al Sindacato quel che era della Camera del Lavoro.

A convincermi che le due feste, in verità erano una sola nelle versioni plurali che esprimevano la cultura antropologica del popolo italiano, arrivarono Don Camillo e Peppone. La commedia umana italica. Perfetta. E poi, non c’era stata anche la tragedia ad unire i cuori onesti?

C’era stata la strage di Portella della Ginestra. Ero un bimbo e non la ricorderei se, più tardi, non fosse stato mio padre a dirmi quel che pensava lui, che era quello che pensavano tutte le persone oneste, sui mandanti di quella mattanza e mi aveva mostrato le copertine della Domenica del Corriere con quella povera gente crollata affranta dalla Croce del lavoro anche se simboleggiata dalle bandiere rosse in quella riarsa Via Crucis che era il loro pacifico comizio tra i rovi e le pietre della povera Sicilia. Anzi, della Sicilia povera.

Poveri Cristi e povere Madonne che avrebbero segnato la Festa del Lavoro, per sempre, come una data storica, una ricorrenza di ribellione e di richiesta di Giustizia. Con ingenuità protrattasi a lungo anche negli anni dello scetticismo, quando non del cinismo, pensai che anche Cristo fosse stato preso a colpi di lupara mafiosa in quella valle di lacrime contadine.

Come, certo, era stato con le vittime innocenti di un primo maggio terribile, macchiato dai gravi incidenti accaduti a Chicago e conosciuti come la rivolta di Haymarket del 1886. Questi fatti ebbero il loro culmine quando la polizia sparò sui manifestanti provocando numerose vittime. Si ricorda che le tragiche condizioni del lavoro e il rischio altissimo di incidenti furono tra le cause della protesta.  A nessuno sfuggiva, neanche a San Giuseppe falegname, che la causa dell’altissima mortalità sul lavoro era, il più delle volte la cinica trascuratezza padronale, sedimento infame e ultimo dello sfruttamento. Comunque, San Giuseppe falegname restò in calendario e ci facemmo tutti l’abitudine, anno dopo anno. Devo dire che, oggi, mi fa tenerezza. Oggi, 28 aprile, Giornata mondiale della sicurezza sul lavoro. Oggi che il numero degli incidenti sul lavoro resta altissimo, vergognoso: su scala mondiale la cifra, leggo, tocca più di due milioni di morti e, in Italia, la cadenza è ossessiva e terribilmente quotidiana.  Nel solo 2018, quasi quattro lavoratori su cento, tra quelli iscritti all'assicurazione Inail, hanno subito un incidente. Si tratta di 641mila persone! E il Mezzogiorno registra una incidenza molto più elevata di morti rispetto agli infortuni denunciati.

È, questo, uno dei temi cruciali della riflessione collettiva, deve esserlo. È impensabile che il lavoro, “la fatica” come giustamente, a ragion veduta, diciamo dalle nostre parti, debba essere la causa di lutti e disperazione. E non parlo solo degli incidenti fulminei, delle quotidiane sciagure, penso alle sottili torture dell’inquinamento ambientale, alle malattie professionali, alla greve fatica della demotivazione personale scaricata sulle coscienze dalla ripetitività delle mansioni. Dopodomani è il 1° maggio, “festa del lavoro”. Ed è proprio una festa con musiche, balli, e riprese tv, cui non riesco ad abituarmi, dove si cerca di “buttarla in caciara”, come si dice a Roma. A Roma dove, ormai da anni, si ricorda il lavoro e le lotte logoranti che lo hanno difeso, accudito, promosso, con un gigantesco concerto di musica leggera. Che sia leggera è opinabile, comunque, così si chiama. Non riesco a capire, non mi è mai riuscito, nonostante mi sia applicato, il nesso tra la storica ricorrenza e questo genere di sfogo collettivo di milioni di persone, per lo più giovani, molti dei quali, a stare alle statistiche, disoccupati o in attesa di espatriare per lavorare o studiare. I comizi, quattro slogan che naufragano nel caotico disinteresse generale, se pur ci saranno, verranno pateticamente trascurati dall’indifferenza rumorosa e appena registrati dalla stampa. Si aspetta solo la kermesse musicale nella quale annega, in un guazzabuglio massmediatico, una congerie paradossale di messaggi: pacifismo, neoglobalismo, laicismo, libertarismo, liberismo, antiamericanismo (poco), ambientalismo, pansessualismo, tifo calcistico e, perfino, rivendicazioni corporative. E San Giuseppe Falegname? Non credo che ci sarà: andrà con la “Fiumana” del pittore Pelizza da Volpedo, detta il “Quarto Stato”. In corteo verso il sole dell’avvenire. Ci sarò anch’io. Ne parlerò domenica prossima.

 

 

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