La digestione

05 / FEB / 2015 in

 (Puntata di Eliser presto in onda)  “Prima digestio fit in ore” ammoniva il Latino della Scuola medica salernitana. Traduzione ginnasiale: “La prima digestione avviene in bocca”. Orribile. Meglio sarebbe volgere quella che è anche una constatazione e non solo un monito prudente in un “Prima di tutto si digerisce masticando”. Resta brutto. Azzardiamo un “Per ben digerire occorre ben masticare”. No, sembra un motto del calendario. Ecco, ho trovato: “ Ricorda di masticare bene e a lungo perché la buona digestione comincia in bocca”. Macché. E’ prolisso e sgradevole.

Va bene: ci teniamo il motto in latino con quel “fit in ore”   svelto ed elegante.

Resta la pudica saggezza che eredita le prudenze più antiche che abitavano in Italia le quali suggerivano la calma e tessevano l’elogio della lentezza quando si tratta di mangiare. Calma e lentezza che erano consigliate con fermezza e calore anche dalla sapienza domestica. “Quando si mangia si combatte con la morte” minacciavano le venerabili zie d’antan. Non avevano a che fare, in quegli anni beati di naturalezze alimentari, con le pietanze scipite e omologate che mangiamo oggi di cui non vediamo l’ora di liberarci trangugiandole, ma imponevano il silenzio durante la masticazione considerandola preziosa e delicata fase della digestione e anche un piacere. Le zie indicavano, però, anche un precetto di buona educazione. Gomiti aderenti al busto, dunque. Ai più renitenti alla creanza, si tramanda, erano imposti due libroni sotto le ascelle da trattenere con i gomiti. Mangiare, per i collegiali costretti a tenere il busto eretto e ad ostentare una elegante indifferenza, diventava impresa ardua. Leggenda? Forse si. La stessa che narra della fanciulle in fiore educate al portamento dal dover camminare con disinvoltura reggendo sul capo un vocabolario. Le contadine del tempo recavano un cercine che, a sua volta, era oberato di fascine o brocche d’acqua. Il portamento era garantito su e giù per le stradicciole del contado.

Anche i frati hanno a che fare con un libro nel refettorio: ascoltano la lettura del breviario, tacciono e mangiano. Lentamente. Severità cenobitica, ma, anche, gusto sottile per la piccola gioia dello sfamarsi senza ingordigia che è, a pensarci, una mite forma di preghiera. Il Creatore ha, di sicuro, piacere di questo. Non si dice del cibo buono e genuino che è una “Grazia di Dio”, quella grazia di Dio che bisogna rispettare e custodire senza abusi e sprechi? Ma si dice ancora così? Qualcuno usa ancora questa locuzione rispettosa del cibo, visto non come cuccagna gratuita, ma frutto di fatica e pazienza? Per non parlare della sublime arte della cucina. La conoscono quelli che praticano solo il satollarsi fine a se stesso?

Non credo, giacché il mangiare velocemente è considerato comodo e utile anche se non si sa, se non di rado, che cosa, veramente, si mangi. Sarà Grazia di Dio? E se lo è, perché la mangiano in piedi, ingurgitando velocemente enormi bocconi mandati giù con i calci della nota bevanda gasata americana?

Si chiama “Fast food”. Traduzione: cibo svelto. Storco il naso. E’ una contraddizione in termini, oltre che un affronto alla salute: è un modo per saltare a piè pari la prima, preziosissima digestione.

E’ vero, affannati da ritmi disumani e dal cottimo frenetico della vita quotidiana, non sempre abbiamo il tempo necessario per il tranquillo pranzo. Allora, io consiglio la tecnica dei contadini di un tempo: ad una cert’ora si fermavano, si stiracchiavano, si sedevano, dove capitava, ma si sedevano, schiacciavano una preghiera di ringraziamento al Padreterno e lentamente davano di piglio al grande e rassicurante pane con companatico (ogni giorno diverso, con fantasia, dalle verdure al salame, alla impagabile frittata) non rinunciando ad innaffiarlo con del buon vino. Poco, ma buono. Poi aspettavano in silenzio o parlando a bassa voce. La digestione, i contadini lo sapevano, lavora per noi, va rispettata. Il saggio latino della Scuola medica salernitana ha imparato da loro.

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